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sabato, novembre 21, 2009, ore 13:33
DiaLOGhi II
Interno giorno, Serravalle Village.
EI: - E' belissima questa giacca, sono d'accordo, ma quando diavolo la metto?
L: - quando vai ai ristoranti fighi
EI: - io non vado ai ristoranti fighi!
L: - quando andiamo alla scala!
EI: - ma non li troviamo mai i biglietti per la scala!
L: - Senti, se muori serve una giacca decente per la bara. Te ce l'hai, una giacca per la bara?
EI: - In effetti no. In effetti per quello servirebbe
L: - Ecco vedi, questa giacca è perfetta, perfetta per la bara.
EI: - Sì, In effetti è perfetta, ha un tocco anche un po' funereo...
L: - Mica si può sembrare scappate di casa anche nella bara, voglio dire, sarebbe un ossimoro vivente, anzi un ossimoro morto.
Ei: - ok ok, l'ossimoro morto mi ha convinta. E' perfetta per la bara.
T. A: "Eh sì sì, anche la Luisa faceva così, leggeva i messaggini, era tutta allegra e poi mi ha mollato"
E.I: "E allora tu stai in una botte de fero. Non vedi che ho sempre un umore di merda? vuol dire che non ce l'ho l'amante"
Sto impazzendo, probabilmente come quelle calcolatrici che a un certo punto mandano fuori tutti i numeri a caso. Compro casa sul lago, mando i CV a Verona, guardo che concorsi pubblici ci sono in tutto l'alto verbano (nessuno), cerco i corsi di infermiera, faccio la spesa al Lidl ma voglio andare in Ladakh a tutti i costi qs estate. Voglio scendere A proposito del LIdl, ci sono più o meno due configurazioni che si ripetono allo stesso modo inquietanti:
- io e the Alpinist ci andiamo con la presidenziale, tipicamente dopo qualche escursione, non proprio di bucato. In pratica sembriamo gli zingari che hanno rubato l'auto a qualcuno.
- Io e la mia amica L vestite da Carrie Bradshow con le Stuart Weizman andiamo con la presidenziale e ci presentiamo alla cassa con una bottiglia di Vodka e un pacchetto di patatine, non so cosa sembriamo, forse due tardone alcoolizzate, forse un po' lo siamo anche.
A volte sono veramente stufa di tutto quanto e vorrei solo che i Maya per una volta ci avessero ragione, arriviamo al 2012 e bon, fine dei giochi. Così comincio a rilassarmi subito. Qui dovrei raggiungere degli obiettivi che francamente non ho la minima idea di come fare e a volte mi sento molto business altre volte molto busillis e cosa ci faccio qui e altri interrogativi notturni. Poi vado a camminare in Val Vigezzo, guardo le cime gialle dei larici e quelle bianche dei quattromila e per qualche ora faccio pace con il mondo. Poi è di nuovo lunedì. O mercoledì, tipo oggi.
Confucio dice che la parsimonia scivola presto nell'avarizia. Per me, la parsimonia scivola presto nella depressione per cui, prima che torni ad ammalarmi di sclerosi multipla o di qualche patologia cardiaca, verso le quali attualmente sono più orientata, penso che la pianterò qui col risparmio e chiederò in maniera assolutamente spudorata ai miei genitori di provvedere n toto al pagamento della casetta in montagna (come del resto stanno già facendo). A quel punto, libera di riconsegnarmi alla felice schivitù di shopping, concerti, teatri e viaggi in maniera pressoché indiscriminata, potrei arrivare finalmente a fine mese senza un soldo, con la consolazione di continuare a sembrare una fuggita di casa - il look, questo sconosciuto - e non capire un cazzo di musica.
Sono una causa persa, lo so, e il saperlo non mi rende migliore di un singolo iota.
Anche se adesso ho una specie di piano. Nel tempo libero - quanto meno quest'anno non ci sono in ballo inutili corsi - voglio riprendere in mano l'unica cosa che sapevo fare decentemente. Mettere insieme i pezzi, ricominciare a sbattermi per una cosa - solo quella per carità - che dovrebbe portare i miei livelli di inadeguatezza a defcom 2. Dipendesse solo da me, non ce la farei, è sicuro. Ma quando si imbocca una strada sbagliata prima o poi si sbatte contro il muro. Il muro adesso è a tipo due metri, forse anche meno.
Confessate, suvvia, ognuno ha la sua perversione trash. Io che tendo a essere autoindulgente ne ho diverse devo dire, dalla collezione delle bocce di vetro con la neve a quella delle matrjoske, a Amici della De Filippi alle canzoni anni 30.
Ma oggi voglio parlarvi di un'altra. La posta del cuore.
Le rubriche della posta del cuore mi hanno intrigato fin da piccola. Probabilmente avevo già capito che era un gran casino o più semplicemente, avendo avuto almeno fin verso i 25 anni una vita sentimentale piatta come il tagliere di mia nonna, leggere le storie degli altri era più interessante che meditare sulle mie (che appunto non c'erano). Comunque, negli anni ho stilato una sorta di classifica delle poste del cuore. Mi piaceva un casino Barbara Alberti ai tempi di Amica, cinica e durissima, a volte completamente sballata ma sempre divertente. La ricordo ancora tuonare “voi volete il matrimonio e Beatiful ma non è possibile. Il matrimonio non è un pick-nick, è un viaggio verso l’inferno e si paga con la vita”. Anche Natalia Aspesi non è male, anche se non la leggo da un po’. Pietosa invece secondo me è Mina su Vanity Fair, mai trovato uno spunto decente. Ricordo poi con un certo orrore che, non so se su Chi, su Gente, o su quale altra rivista rispondeva Cristina del grande fratello. Perché lei, per esempio? Desolante. Bravissimo invece era Risé su Io Donna. Ma colui al quale affiderei tutti i miei tormenti amorosi se solo mai ne avessi, è sicuramente lui, il Genio degli Affetti, il Guru dei cuori infranti, l’Evangelista della vita di coppia, lui insomma, Massimo Gramellini. Il quale, mentre scrive di disastri amorosi assortiti riesce a dispensare consigli utilissimi anche in altri ambiti e comunque ha uno sguardo lucido e spietato come solo riescono a tirar fuori le persone intelligenti guardando la vita degli altri. Io finisco qui. Per riportare integralmente la risposta data a un paio di settimane fa a una tizia, che scriveva giusto per dire quanto era contenta e come sono belle le piccole cose (sono d’accordo, un piccolo patrimonio, un piccolo diamante, due piccole Laboutin ecc). Enjoy:
“Quando ricevo lettere come la tua, per fortuna più numerose di quel che si immagina, mi convinco sempre di più che a questo mondo la felicità non stia nel paesaggio, ma negli occhiali con cui si sceglie di guardarlo. Si vive malissimo senza soldi, senza lavoro, senza salute, senza una casa e un affetto decenti. Ma si vive anche peggio avendo tutte quelle cose ma non la capacità di vederle. Mi risuona nella mente una frase che la leggenda attribuisce a re Artù: «Siamo dovuti andare in cerca di avventure perché non riuscivamo più a viverle nei nostri cuori». I condizionamenti sociali e familiari sono pesanti. Ma se uno fa silenzio dentro di sé e si chiede di che cosa ha davvero bisogno, la risposta sincera è sempre la stessa: di trovare il talento che è stato disseminato alla nascita dentro il suo cuore. E, una volta trovatolo, di coltivarlo e farlo crescere. Credo sia questa l’unica felicità possibile. Le emozioni non durano, se non nei ricordi struggenti e autolesionistici con cui le alimentiamo quando non ci sono più, spesso ammantandole di una meraviglia che non avevano. Il talento invece ci tiene compagnia per tutta la vita. Purtroppo molti di noi muoiono senza averlo mai conosciuto.
Alcuni lettori contestano questo approccio, sostenendo che il talento è di pochi, e che per gli altri - tutti gli altri - la vita è solo una dura lotta per la sopravvivenza. Forse dobbiamo intenderci sul significato della parola «talento», che la propaganda televisiva tende a far coincidere con quello artistico, procacciatore di fama e denaro. No, non siamo tutti John Lennon. Ma tutti siamo il John Lennon di qualche cosa. Qualche cosa nella quale siamo i migliori e non lo sappiamo. Può essere un’attitudine manuale, un afflato dello spirito (per esempio: la compassione), una vocazione specifica che magari la nostra nevrosi ha trasformato in vizio ossessivo. Ma tutti abbiamo un talento e il valore della nostra vita, secondo me, si misura sulla nostra capacità di farlo fruttare.
Scusa se sono andato un po’ fuori tema: sull’onda di una canzone adorabile, tu mi chiedevi di esaltare le emozioni semplici che spesso diamo per scontate, perdendoci invece all’inseguimento di quelle violente e bislacche, cantate altrettanto bene da Battisti, che ci procurano scariche di adrenalina. Ma tutto si tiene, cara Pepe: le emozioni violente rispondono al bisogno disperato di colmare un vuoto e di scrivere sopra il dolore. E che cosa rappresentano, quel vuoto e quel dolore, se non la mancanza di un senso dell’esistenza che proviene proprio dal non aver ancora individuato il proprio talento?”
Da tanto tempo pensavo di voler passare tutte le vacanze di agosto al paesello sul lago, come quando ero piccola, e quest’anno finalmente l’ho fatto. Vacanza faticosa – essenzialmente per i metri di dislivello percorsi, se li mettiamo in fila vien quasi fuori l’everest – e rilassante – per le mangiate alle sagre alpine, le birre dopo le gite, i concerti cyber rock alternativi, le serate sul divano e a dormire alle 10,30.
Dopo l’ubriacatura newyorchese (e i saldi milanesi che non ho avuto il coraggio di documentare) lo shopping è stato praticamente a zero, se si esclude una bellissima gallina di legno colorata che ho preso in Valstrona e che sta benissimo di fianco alle bocce di vetro con la neve dentro. Ah, beh, però forse compro una casa. Ne ho vista una lì al paesello molto, molto carina. Piccola, ma con camino, giardino, vista lago e montagne. Fa niente che io lavori a Milano e non là, fa niente che dovrò affittarla per non so quanto tempo per pagare il mutuo. Del resto non potrei comprare a casa a Milano, non la sento casa, non mi piace, non la voglio. Se devo risparmiare (diommio che parola orrenda e cacofonica, fa male al senso estetico) deve essere per qualcosa che ha un significato, non un’utilità bieca (l’ultima volta che fatto questo ragionamento mi sono iscritta a filosofia, forse dovrei pensarci meglio, o forse sono condannata così). Dev’essere un posto che è casa mia, quindi lì è perfetto.
Poi che altro, abbiamo fatto la cima del Mont Gelé, una delle gite più faticose della storia, una delle cime più facili di tutto l’arco alpino, il che la dice lunga su di me come alpinista. Un ambiente incredibile che dava perfino l’ansia da quanto era bello e selvaggio.
Continua la mia lotta contro la paura del vuoto, ma i miglioramenti sono scarsamente apprezzabili devo dire. Quando ero piccola la maestra di compito ci aveva fatto disegnare le nostre paure. Io avevo disegnato il burrone, a 7 anni. Per adesso devo imparare a camminare guardando solo i piedi e non in giro. E’ una lotta che va avanti.
“Mi chiamo Estate Indiana, ho 37 anni e sono malata di shopping”. Finirà così, lo so. In qualche gruppo di auto aiuto. Oppure direttamente sul lastrico, a spingere un carrello dell’esselunga con dentro tutti i miei jeans Seven e le Doctor Martin’s.
Solo che ce ne vorrebbero almeno 6 di carrelli e dovrei ingaggiare dei portatori, la prima mendicante con gli sherpa al seguito.
Questo lungo e inutile preambolo per dire che NY - ti adoro! - questa volta è stato un vero sfacelo. Tre indemoniate, o drogate – stiamo facendo come i fattoni, risparmiamo sul cibo per comprarci la roba, tra poco ruberemo a casa dei genitori - fomentate dalla quarta, vera newyorchese, al grido di “portate tutto a casa che poi ce li proviamo, tanto potete restituire e vi ridanno i soldi.”
Dire che le nostre, o piuttosto le mie intenzioni alla partenza erano buone sarebbe del tutto inutile, tutti sanno dove porta la via delle buone intenzioni, e in tanti lo trovano un posto interessante. E’ andata che abbiamo iniziato a fare strisciare carte di credito appena messe giù le valigie per smettere all’aeroporto di Newark, suggellando la settimana di follia con una palla di vetro con i grattacieli e la neve dentro.
Sample Sale di Calvin Klein
EI: “Questo vestito è troppo corto”
Amica L: “E’ un Calvin Klein splendido, non capisci niente”
Amica B: “Ti sta benissimo”
Amica A: “portalo a casa e poi ci pensi, perché magari domani non lo trovi più”
Da Lohans
Amica L: “Questi Jeans sono troppo belli dobbiamo averli”
EI: “Ti scoccia se li provo uguali?”
Amica L: “Figurati, abbiamo tutto uguale”
EI: “E allora tieni questi, che tu sei così stronza che ti sta pure la 27”
Hard Rock Cafe’
Amica B con la felpa dell’hard rock cafe’: “Come sta?”
EI: “Non si può comprare la felpa dell’hard rock cafe’, è troppo mainstream e non abbastanza posh per te”
Amica B: “Ma io sono anche un po’ street”
Amica L: ”Ah, ecco”
Da Tiffany
Amica L - "I can't count the ways I love you". per me il ciondolo dovrebbero farlo con la scritta "I can't count the ways I love myself". Ma quel gioielliere è schiavo del preconcetto maschilista che sono gli uomini che comprano i gioielli alle donne. Noi ce li compriamo da sole. E' perchè siamo avanti. O sfigate?
EI - siamo avanti
Amica B - siamo sfigate
Sfilata casalinga a casa di A.
EI: “Ma no, questo lo riporto, è troppo corto”
A: “Se lo riporti sei stupida”
L: “Io magari riporto gli occhiali”
A: “Ma è un affronto alla miseria, con tutto quello che hai comprato…aspetta vi devo far vedere un vestito.”
Coro di “ohhhh”
Amica A “io quando metto questo vestito…mi scoperei da sola da quanto sono figa!” (applausi)
Al Musical I – Mamma Mia
Donna: E che cosa hai fatto in tutto questo tempo?
Tanya: Ho sposato dei miliardari!
Amica L: “Prendete spunto!”
Al musical II (sì, due Broadway in una settimana, perché noi siamo miliardarie! O cretine, a scelta.) – Chicago – Il Tango delle Assassine
Annie: “E sapete, certi uomini proprio, non reggono l’Arsenico”
EI: “prendete spunto!”
In piena turbolenza, volo di rientro sull’oceano
EI: “sfhosvnsvò” Trad: parole a caso di una con una crisi di panico
L: “non ti preoccupare, Dio non permetterà che ci schiantiamo prima che abbia messo almeno una volta il mio cappotto Custo”
L’estratto conto prossimo venturo sarà aperto il prossimo anno. O bruciato. O non so. Comunque sappiate che siamo anche andate al Whitney, a vedere Hopper. E a Coney Island, sulla Wonder wheel. Insomma, non abbiamo proprio solo “comprato”, ecco.
Qundo ero piccola io e i miei cugini avevamo messo su un’agenzia investigativa. Avevamo una valigetta di plastica marrone cacchina piena di moduli per schedare i casi, una serie di pistole finte, lenti di ingrandimento, campanacci (mah), un metro da sarta e un bel po’ di monete da dieci lire, che erano i nostri stipendi. Il problema era che non avevamo niente su cui indagare, mai un furto, una sparizione, mai un mistero.
Un giorno che la noia stava prendendo il sopravvento siamo andati da mia madre.
“Non hai qualcosa su cui possiamo indagare? Qualche mistero? Niente?”
Mia madre era immersa neivapori della stirella e non sembrava molto partecipe.
“Una volta” provò a dire “una volta ho sentito un rumore fortissimo, come di ferro, e non ho proprio capito da che parte arrivava”. Ma che diavolo di mistero era? All’inizio ci provammo, passammo al setaccio le due camere da letto ma niente, niente che potesse far pensare a un rumore metallico sconosciuto. L’interrogatorio si limitò a “ma la finestra era aperta o chiusa? Quante volte l’hai sentito?” Poi abbiamo dato un’occhiata, anzi abbiamo ascoltato i suoni che arrivavano dal capannone di fronte.
“Ma non è che è lo stabilimento?”
“Mah magari sì”
Ce ne andammo via delusissimi. Alla fine le attività dell’agenzia consistevano essenzialmente nel mettere a moduli e lucidare pistole. Sembravamo un incrocio tra impiegati di posta e reduci di guerra.
Tempo dopo accadde invece qualcosa che diede da pensare per un po’. Il finestrino dell’alfasud di mio zio andò in mille pezzi così, di botto. Ci arrovellammo tantissimo sul caso ma non venimmo a capo di niente manco lì. Ovviamente mai sentito parlare di “cancro del vetro”, punto di rottura et similia. Mio cugino pensava a un meteorite, mia cugina gli UFO, io che non sono mai stata orientata al problem solving non avevo idee, con il senno di poi, per me era un X file e tanto bastava (potrei archiviare come X file almeno metà della mia vita a ben vedere.)
Visto il grande successo professionale e il break even point un lontano miraggio, decidemmo a un bel mjomento di liquidare l’azienda in maniera molto coereografica. Scavammo una buca nel giardino di mio cugino, ci mettemmo dentro i campanacci, le lenti e le pistole, ricoprimmo il tutto di terra e addio 007.
Decenni dopo fecero dei lavori a casa di mio cugino. Degli esterrefatti muratori portarono a sua madre un campanaccio arrugginito, delle lenti ormai opache e delle pistole a aria compressa. Sua madre si chiese per un bel po’ di tempo come mai tutta quella roba provenisse dalle viscere della terra. Per un po’ cercammo di negare, rivendicando così anche da grandi il nostro diritto al mistero. Mio cugino consigliò di chiamare un esorcista, che non si poteva mai sapere, mia cugina scosse la testa lentamente dicendo mai vista questa roba, io mi cimentai nel più prosaico “ma perché avremmo dovuto seppellire i nostri giochi? Mica siamo dei cani”.
Alla fine la mamma di mio cugino si fece arbitro unico della questione risolvendo il mistero a modo suo. La sentenzasuonava più o meno così: “chi tri bilott chi g’han nient de fa, e sì ch'in grant (trad. Tu guarda questi tre pirla come non hanno nulla da fare. E sono pure grandi)”.
Un giorno mi sveglierò e avrò 50 anni o anche di più. Nel frattempo sarò andata al cinema, alle mostre, a sciare, avrò visto le mie amiche, riso, bevuto champagne, sbadigliato, nuotato in piscina (molto poco), trovato una quantità di scuse per non nuotare, letto libri bellissimi e mediocri sulle banchine del metro, mangiato pasticcini, scritto una quantità di presentazioni in power point più o meno riuscite, sbadigliato senza mano davanti alla bocca, poggiato il culo sui sedili stretti dell’economy e quelli lerci delle Nord, prossima meta NY, prossima meta ancora Ladakh, successiva campo base Everest, sciato, fatto benzina, pagato il casello dell’autostrada, ore e ore a cercare le chiavi, dell’auto, della macchina, di casa dei miei, della casa in montagna, del gabbiotto della monnezza, della cantina, del box, , la ricetta del pollo al curry, seduta sui prati, recitato, mentito, dormito dieci ora di fila. Dove se ne va il mio tempo?
No, solo per raccontare l'ultima fantastica domenica. Ero partita bella trullera per andare ad arrampicare, avevo anche comprato le scarpette nuove. In altre parole ho dedicato 50 euro a una causa che mi terrorizza ma in qualche perverso modo mi attrae, speravo un minimo di gratitudine da the Alpinist per questo e invece zebba. Così accade che lungo la valassina a un certo punto la presidenziale si esibisca in una serie di rumori molto coreografici, per fermarsi definitivamente con un lungo woo woo woo...poff. giusto il tempo di accostare in curva lungo una delle uscite di questa poco trafficata statale. La frizione aveva in pratica deciso di farsi un'escursione pure lei, dove non è dato sapere ma sicuramente altrove. Al che, ostentando grande sicurezza e sangue freddo chiamo l'assicurazione - con quello che pago ho il servizio del carro attrezzi che diavolo - mi passano il "soccorritore" e partono per venire a prendere il cadavere della Thesis. Devo dire che avere un uomo a fianco in certe situazioni è davvero ideale. The Alpinist si è infatti esibito in una serie di insulti al destino, alla sfiga, alla merda, al'allineamento di marte in quinta casa, a qualsiasi cosa gli passasse a tiro dando così un contributo fondamentale per peggiorare una giornata che già ci aveva messo del suo.
Per il resto è stato tutto impeccabile, il carro attrezzi è arrivato, il cadavere me lo portano pure dal meccanico sotto casa e noi ce ne siamo tornati comodamente in treno, con lui che mi raccontava che una volta aveva attraversato tutte le creste del resegone e adesso non faccio più niente e io che mi son messa a dormire dicendo un altrettanto strategico che cazzo ci posso fare.
Per risollevarmi la giornata ho aiutato mia cugina a fare i compiti di inglese, che per qualche insondabile motivo doveva imparare a memoria un brano su usi e costumi della famiglia nella perfida Albione. Non ti venga in mente di sposarti, le ho detto, questa è l'unica cosa che ti deve rimanere in testa di questo brano. Oggi è lunedì e tutto sommato sono contenta.